La mostra “Imprimer le Monde”, ospite al Centre Pompidou di Parigi sino al 19 giugno 2017, racconta tramite le opere di giovani artisti come la stampa 3D sta rivoluzionando il mondo.

Le tecnologie digitali sono ormai strumenti relazionali essenziali di questa nuova era: pensiamo ad internet o agli smartphone e a come facilitano le relazioni e le comunicazioni tra le persone. Poi c’è l’arte che è da sempre stata un forte strumento di comunicazione in tutte le epoche grazie al suo linguaggio universale. Ora invece pensiamo a cosa si potrebbe creare unendo questi due strumenti portentosi: ci troveremmo davanti ad un “mondo” di creazioni, sperimentazioni, sensazioni.

Così nasce l’esposizione “Imprimer le monde” (letteralmente “Stampare il mondo”) del Centre Pompidou che mette in primo piano le trasformazioni e le creazioni ottenute grazie alla stampa 3D, spaziando dall’oggetto di design al prototipo architettonico fino alla presentazione delle ultime ricerche nell’ambito.

L’esposizione cerca di rispondere ad alcune domande fondamentali che stanno sorgendo in questo momento di transizione: che siano opere d’arte o strumenti d’uso quotidiano, qual è lo status degli oggetti stampati in 3D? In questa epoca in cui la produzione non è standardizzata, ma mira all’estrema personalizzazione anche nel campo industriale, qual è lo status dei maker? Come mai le tecnologie digitali hanno letteralmente invaso ogni campo dell’attuale produzione?

Le risposte sono racchiuse nelle opere di giovanissimi artisti che usano la stampa 3D non solo per sperimentare ma soprattutto come strumento di critica nei confronti della società e dei possibili risvolti futuri. Agghiacciante al riguardo è l’opera “Stranger Visions” di  Heather Dewey-Hagborg (vd. fig.1) in cui l’artista ha riprodotto in 3D quelli che potrebbero essere i visi di persone sconosciute tramite l’analisi del DNA ricavato da mozziconi di sigaretta, capelli, gomme da masticare e altro trovati per terra nelle strade di New York. L’intento dell’opera è di allertare le coscienze su come sia facile attualmente reperire informazioni personali su chiunque e l’artista si chiede chi in futuro avrà accesso a queste informazioni personali, ma soprattutto come potrebbero essere usate contro di noi.

Dopo essere stati accolti dagli alienanti visi della Dewey-Hagbord, appena entrati nel padiglione, si passa alla storia della stampa 3D: dalla foto-scultura di Francois Willième del 1859 fino al manifesto del movimento “The 3D additivist manifesto” (vd. fig.2). Il resto dell’esposizione si concentra sulle opere contemporanee, spaziando dagli oggetti di design come la “Butterfly Screen prototype” di Laarman (vd. fig.3), pioniere del design industriale, che con il suo team sta lavorando al primo ponte in metallo stampato interamente in 3D. Nel frattempo possiamo ammirare la sua scultura in bronzo che nella sua irregolarità ricorda la forma di una farfalla e la “Adaptation Chair” (vd. fig. 4), uno dei tanti esempi di design degli interni (vd. foto galleria). Arrivando fino all’utilizzo della manifattura additiva nella biotecnologia con la riproduzione di setole come “Cilllia” (vd. fig. 5).

Negli ultimi decenni la stampa 3D è stata definita “disruptive technology” ossia una tecnologia dirompente perché impiegata in moltissimi ambiti: dall’industria, all’aeronautica, alla biotecnologia; dal micro (come la stampa di cellule viventi) al macro (come la stampa di interi edifici). Non a caso considerata una tecnologia abilitante dell’Industria 4.0 anche dal Ministero dello Sviluppo Economico italiano.

La manifattura additiva è entrata nelle nostre vite, sta cambiando il mondo e il nostro modo di percepirlo. Siamo pronti a questa rivoluzione?

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